Day 15 – The long and winding road

16 Aprile 2013 – Reliegos

Madonn e che bott. I piedi mi fanno davvero male. Ho fatto più o meno 38-39 Km oggi ma è stato davvero faticoso.

Uno dei giorni neri del mio Cammino. Veramente, veramente triste. Parto di buona lena la mattina, arrivando presto a Sahagún, dove mi fermo in un bar a fare colazione.

In quel bar, mi accorgo di una notizia al telegiornale e non mi sembra di credere ai miei occhi: una bomba esplode in mezzo alla folla mentre si corre una maratona a Boston. Inorridito, mando a fatica giù il cornetto e bevo il caffè tutto d’un fiato sperando di capire maggiormente qualcosa in spagnolo. Ero in pace col mondo durante il mio Cammino e non riuscivo a concepire come degli esseri umani potessero ammazzare altri esseri umani in quel modo; davvero non ne vedevo un singolo motivo o ragione. Con questo tipo di riflessioni ho ripreso presto a camminare, cercando di ri-concentrarmi sulla marcia.

Dopo pochi chilometri re-incontro Elena, incrociata a San Nicolàs il pomeriggio precedente. Le ho recuperato otto chilometri in due o tre ore ma non aveva un passo lento; forse si era solo alzata tardi.

Io e Elena, a pranzo.

Io e Elena, a pranzo.

Riprendiamo volentieri insieme a camminare ed è la prima volta che condivido la strada con qualcuno (fatta eccezione per un breve tratto con Rosie, l’istruttrice di sci di Innsbruck) da Burgos. Il caldo e il sole non danno tregua. Un’ombra? Manco a pagarla. Dio benedica il cappellone dell’uniforme, senza il quale sarei probabilmente collassato.

La difficoltà maggiore della tappa odierna sono stati i 13 Km di assoluto nulla tra El Burgo Ranero e Reliegos, destinazione finale. A differenza dell’altra terra di nessuno affrontata il giorno precedente, questa ho dovuta farla col pranzo sullo stomaco e nelle ore calde della giornata. Un disastro.

Non voglio immaginare in Agosto che deve essere qua.

Ho odiato queste sottospecie di alberi con tutto me stesso.

Ho odiato queste sottospecie di alberi con tutto me stesso.

Sterrato, fila interminabile di alberi senza foglie a sinistra, e strada asfaltata sulla destra. Così, per tredici simpatici chilometri. Un ritornello mononòta, come la canzone di Elio.

Potresti pensare che camminare sotto il sole, con più di venti chilometri sotto i piedi, sudando il rio delle Amazzoni per la temperatura tropicale, con i calli a ricordarti che sei fatto di carne, e si sa che la carne è debole, possa essere faticoso. E lo era, infatti. Quello che non ti aspetti e che non ti riesci ancora a spiegare è come diavolo fosse possibile che da ogni fottuto albero partisse un filo, un unico filo stronzissimo di ragnatela, perfettamente svolazzante nel nulla (non c’era una bava di vento), invisibile e orizzontale, con un estremo sull’albero e l’altro nell’aere immenso.

Ti accorgi della sua presenza quando te lo senti sulla faccia, sugli occhiali, sulle labbra, sulla fronte oppure inizi a vedere sulle tue braccia tanti fili appiccicati che girano intorno allo zaino perché quando passi te li porti dietro. Uno dopo l’altro, per tredici chilometri.

 

Notate l'inclinazione dell'ombra, che vi dà idea del tempo passato su questo sterrato, e quanti alberi ci sono ogni tot metri. Un delirio.

Notate la diversa inclinazione e la lungezza dell’ombra, che vi danno idea del tempo passato su questo sterrato, e quanti alberi ci sono ogni tot metri. Un delirio.

Ti senti un po’ preso per il culo, a dir la verità. Io e Elena non ci siamo riusciti a spiegare che senso avessero quei fili di ragnatela, se non far sclerare i pellegrini di passaggio.

L’acmé emotivo della giornata, tuttavia doveva ancora arrivare e si è materializzato sotto forma di un serpente. Nessuna allegoria o licenza poetica: era un serpente vero e proprio che ho visto alzarsi all’improvviso con la coda dell’occhio mentre ero a testa bassa, una decina di metri più avanti. Subito ho fermato Elena che era di fianco a me, presa per il braccio sussurrandole di stare tranquilla, di seguirmi senza fare movimenti bruschi perché c’era un serpente di fronte a noi. Meno male che il Cammino ti porta ad avere una strana fiducia incondizionata nei confronti dei tuoi compagni di viaggio. Mi ha seguito mentre tracciavo una larga circonferenza attorno al serpente, tenendolo d’occhio ma senza farlo sentire in pericolo. Siamo dovuti andare sull’asfalto per alcuni metri, infatti.

Non credo fosse velenoso o che volesse attaccarci, ma ho preferito non indagare. Non mi andava di interrompere il mio Cammino per un morso di serpente, sinceramente. Ad ogni modo, Elena si è spaventata e allora ho preso i suoi bastoncini da Nordic walking per fare casino mentre camminavo in modo da far scappare i serpenti ben prima che potessero pensare di essere in un vicolo cieco e costretti all’attacco. Ho anche lasciato che lei camminasse quattro – cinque metri dietro di me, ché tanto, le ho spiegato, se mi avesse morso un serpente in quelle circostanze sarebbe morto lui avvelenato, troppo lo sclero che avevo dentro la mia testa.

Sulla destra, un treno e la cordigliera cantabrica, che ci separava dalle Asture, dal Cammino del Norte e dunque dall'oceano. E' probabile che un giorno avrò quella cordigliera alla mia sinistra, e l'oceano alla mia destra, percorrendo proprio il Cammino del Norte.

Alla mia destra, un treno e la cordigliera cantabrica, che ci separava dalle Asture, dal Cammino del Norte e dunque dall’oceano. E’ probabile che un giorno avrò quella cordigliera alla mia sinistra, e l’oceano alla mia destra, percorrendo proprio il Cammino del Norte.

E non è finita. A circa due terzi del percorso tra El Burgo Ranero e Reliegos, si sfiora un piccolo aeroporto e sulla sinistra si intravede un paese a solo un paio di chilometri dalla strada. Mentre ci avvicinavamo, io e Elena discutevamo (in realtà speravamo) se quello potesse essere Reliegos oppure no. Peccato che fosse Villamarco: di lì il Cammino non passa, e potevo quasi vedere i suoi abitanti farmi delle pernacchie affacciati alle finestre delle loro case mentre continuavamo malinconici sullo sterrato.

Davvero frustrante.

Arrivati finalmente a Reliegos, mi ero staccato un attimo da Elena e si viene accolti dal famosissimo bar “La Torre”, di Elvis.

Bar “La Torre”, a Reliegos. Foto di David Scott.

E’ uno dei personaggi del Cammino, anche se non ci ho parlato molto perché volevo solo buttarmi sotto una doccia in uno dei due albergues del paese. L’unica soddisfazione, è stata questa:

Qui quando sono arrivato al paese ho trovato seduti beatamente al bar i due stronzi che ho incrociato senza zaini prima di Hontanas […]. Credo stiano camminando ancora senza zaini perché hanno sgranato gli occhi quando mi hanno visto.

CHE COSA VI CREDEVATE, STRONZI!

Piccolo scatto d’orgoglio immortalato sul mio diario. In effetti, erano a gustarsi la loro birra in santa pace. Uno dei due era voltato verso il bar e quindi non poteva vedermi. L’altro gli ha dato due colpi sulla spalla invitandolo a girarsi mentre io arrivavo, come se avessero visto un fantasma.

Arrivati nell’albergue, relax totale e cena con menu del pellegrino. L’albergue, sebbene privato, non era granché ma aveva l’acqua calda nelle docce e tanto basta per star lì mezz’ora a farti cadere uno scroscio bollente dai capelli fino ai talloni.

Io ed Elena rimaniamo d’accordo per arrivare a León insieme l’indomani, perché poi lei si sarebbe fermata in un famoso hotel in centro, prendendosi un giorno di riposo fatto di massaggi e bagni per riposare. Un lusso che non potevo e non volevo permettermi, ma che ti tenta molto.

Ormai nella testa c’è solo Santiago. E’ in questi giorni che si è completamente forgiata l’identità di panzer-pellegrino, che non vuole nient’altro che arrivare a destinazione. Tutto quello che è a contorno, serve come distrazione o tentazione.

Niente giorno di riposo quindi, dritti verso la meta.

Giorno successivo –>

 


  • Pellegrina 369 ;)

    troppo forte!!! me la ricordo ancora quella tappa e lo splendido salmone di Elvis!! 😀

    • Eh si, quegli ultimi chilometri sono difficili da dimenticare (come Elvis, d’altronde eheheh)! Grazie per il commento 😀