Un Corvo

Posted by on 21 gennaio 2014
Crow drawing

Crow – by As00

L’aula del laboratorio si stava per svuotare. Al suono della campanella, i ragazzini più svegli si erano dileguati all’istante: preparavano con grande cautela il momento della campanella. Cinque minuti prima, iniziavano già ad infilare le penne nell’astuccio e ad allungarsi di nuovo le maniche delle magliette, portate sopra i gomiti nel vano tentativo di evitare grattacapi a chi avrebbe dovuto lavarle. Tutto ciò faceva parte della ordinaria routine di quel piccolo laboratorio. Il suo responsabile, occhiali rotondi e capelli che non si potevano definire né ricci né lisci, nutriva sempre la speranza che almeno uno di quegli scolari fosse realmente interessato a quella magnifica impresa dell’intelletto umano che chiamiamo scienza.

Il Corvo era colui che gli dava maggiori speranze. Un ragazzo di terza media intelligentissimo e socievole, ma con uno spiccato senso dello humor noir, da qui il soprannome affibiatogli dai suoi compagni di classe. Parlava spesso del film “Il dottor Stranamore” e di come avesse imparato a non preoccuparsi e ad amare la morte. Per non essere frainteso, specificava sempre che il suo amore per la morte era da un punto di vista squisitamente scientifico. Pura curiosità.

Una cosa strana per un ragazzino di quell’età. I suoi coetanei si avviavano a scoprire la vita e lui invece voleva capire fino in fondo il segreto della morte. Il che era un po’ come capire fino in fondo il segreto della vita, soleva ripetere. Per questo amava il modo razionale in cui le scienze procedono: scoperta dopo scoperta, smentita dopo smentita. Una sola domanda credeva fosse rimasta clamorosamente irrisolta: perché?

Aveva intuito benissimo il come ma il perché è da sempre ciò che affascinava l’uomo. Ed era ciò che affascinava terribilmente il Corvo. Ma dove poter cercare questo perché? La sua curiosità scientifica l’aveva portato al confine della natura. Varcarlo significava abbandonare i canoni scientifici ed abbracciare la metafisica. Non conosceva la filosofia, ma aveva già intimamente capito che esiste una campana di vetro sotto cui la scienza si protegge da ciò in cui si crede a priori.

Questa campana protegge benissimo da tutte le influenze esterne ma è comunque uno spazio chiuso. Un corvo non ama gli spazi chiusi: aveva bisogno di uscire, di trovare una via di fuga.

“La scienza non è esatta…” sbuffò il Corvo, guardando il responsabile del laboratorio. “Non lo è per definizione…” replicò quest’ultimo, sistemando distrattamente alcuni becher. Aveva ragione, non c’era nulla da obiettare a quella sua risposta.

“Cosa se ne fanno gli Einstein, i Galilei ed i Newton della scienza, adesso, sotto terra?” continuò il Corvo, cercando di portarlo in un vicolo cieco, spalle al muro.

“Un bel niente, suppongo, ma tu ora sei qui a parlare di loro”.

“C’è bisogno che ci sia qualcosa che vada oltre. Ce n’è assoluto bisogno, altrimenti potrei impazzire“.

“Non ci pensare, sei ancora un ragazzo…”

Non un ragazzo, ma un Corvo. Era insoddisfatto anche della religione, rea a suo dire di semplificare tutto ad una favoletta. Le riconosceva il merito di spingere l’uomo oltre la campana di vetro, ma così lontano da perderla di vista completamente.

Ci doveva essere qualcosa. Non poteva semplicemente spegnersi la luce. Tra sé e sé, rideva della complessità della domanda e della banalità della soluzione ai suoi dubbi. C’era solo un modo per soddisfare inequivocabilmente la sua curiosità, ma si arrabbiava al pensiero di non poter successivamente urlare al mondo intero l’enorme portata della sua scoperta!

D’altronde, cosa se ne farebbe il Corvo della sua scoperta, poi, sotto terra?